1996 - MARIA ANTONIETTA MIGLIETTA

Figure dai contorni decisi erompono dalla tela, s’impongono allo sguardo attento dell’osservatore con ricercata vitalità e beffarda ironia annullando la cesura tra realtà ed immaginazione, tra affermazione e negazione, con l’intento di svelare e risolvere il male di vivere del pittore moderno, attanagliato dalla coscienza della crisi e della nullificazione dei valori artistici tradizionali ai quali si sostituiscono, senza soluzione di continuità, sperimentalismi anche molto eccitanti ma comunque indicativi della solitudine di cui l’arte è stata confinata dal dissidio con le strutture sociali contemporanee.
Biagio Magliani nei suoi quadri attribuisce all’arte una funzione liberatoria che sia, insieme, manifestazione della creatività e della contraddittorietà umana, sintesi di istinto e inquieta coscienza tragica ma, soprattutto, rivelazione magica di una dimensione spirituale nomade in trasmigrazione continua tra le varie sfere dell’espressività in perenne, folgorante processo catartico che risalta complessità e assurdità della sua splendente e ingenua bellezza.
Una ricerca affannosa di una illusoria perfezione dell’impostazione accademica e al contempo la negazione stessa di essa, attraverso ricorrenti strappi nelle tele, che , pur sembrando reali, sono magistralmente e efficacemente dipinti, indicano l’implacabile paradosso tra la coesistenza della volontà di esplicita affermazione e il desiderio inconscio di radicale cambiamento e distruzione.
Attraverso l’analisi di una vasta gamma di dipinti di Magliani la conclusione più ovvia alla quale si giunge è l’acquisizione di una consapevolezza disgregante in cui l’assurdo assume significati non solo di sapore metafisico prendendo l’aspetto di angoscia, di finzione, non- esistenza, ma anche di incoerenza della nostra condizione in cui il tratto è l’unico rifugio.